“Guarda dritto. Non piegare la testa nè a destra nè a sinistra. Questo è tutto quello che ho detto . Poi venivano portati al centro per gli interrogatori.
Il dovere del fotografo era solo scattare le foto.”
Queste sono le parole di Nhem En, fotografo della prigione di Tuol Sleng, la casa di torture più nota del regime dei Khmer Rossi, che ha causato la morte di 1,7 milioni di persone dal 1975 al 1979, un terzo della popolazione cambogiana.
Le migliaia di fotografie sono esposte in questo luogo spettrale, ex liceo di Phnom Penh trasformato in campo di concentramento col nome di s-21 dove venivano interrogati, torturati e infine uccisi i presunti delatori del regime di Pol Pot.
Interrogatori meticolosamente descritti e attentamente fotografati per un archivio diventato il simbolo delle atrocità commesse dai Khmer Rossi. Quasi 6000 ritratti che nella loro scientifica aridità mostrano la rassegnazione, la confusione e l’orrore provato dai prigionieri.
Le migliaia di scatti tappezzano i muri di questo edificio, gli occhi guardano fisso l’obiettivo e si notano tutte le differenti espressioni di chi è consapevole che sta andando di fronte alla morte. Il tutto per dimostrare ai leader dei Khmer rossi che i loro ordini erano stati eseguiti.
Dopo la presa di Phnom Penh, Nhem En fu mandato a Pechino per imparare i rudimenti della fotografia, quando ritornò in patria all’età di 16 anni si ritrovò a fotografare i detenuti in arrivo al carcere S-21.
Anche se En aveva imparato solo le basi della fotografia divenne il capo di un laboratorio fotografico con sei assistenti che riceveva gli ordini direttamente dal ministro degli interni Son Sen e dal capo di Tuol Sleng il famigerato fratello Duch che si mostrarono estremamente scrupolosi quando gli chiesero di stare molto attento nel tenere in ordine gli obiettivi, la camera oscura e l’archivio fotografico per non non rovinare o perdere nessun documento.
“E ‘stata davvero dura“, ha detto En. “Ho dovuto pulire, sviluppare e asciugare le immagini per conto mio e portarli a Duch con le mie mani. Non potevo fare un errore. Se una delle immagini fosse andata persa sarei stato ucciso. Ma il mio lavoro a Duch è piaciuto così tanto, sia per la pulizia che per la catalogazione, che mi ha regalato un Rolex”.
Ed ecco come questa inquietante collezione di foto segnaletiche è diventata il simbolo visivo delle uccisioni di massa in Cambogia.
Nhem En aveva un lavoro da fare e lo ha fatto estremamente bene, fotografando metodicamente e senza farsi distogliere da nulla, migliaia di suoi concittadini.
Il lavoro era diventato una routine: dalle 6:30 del mattino, un pasto veloce di pane o riso e qualcosa di dolce, ed eccolo lì pronto ad aspettare a i detenuti. Il telefono squillava per annunciarli: a volte uno, a volte un gruppo, arrivavano bendati, senza fare una piega scioglieva le bende ignorando le suppliche
“Guarda dritto. Non piegare la testa nè a destra nè a sinistra”
Gallery di immagini © the Tuol Sleng Museum of Genocide
https://goo.gl/photos/dQiGtofDCNXuicM784
Architetta e critica fotografica. Da sempre mi affascina il modo in cui gli spazi influenzano le persone e come la fotografia riesca a catturare queste emozioni. Su 2photo condivido riflessioni e analisi per aiutare i lettori a scoprire nuovi modi di guardare la fotografia contemporanea.