Il tedesco Andreas Gursky fotografa enormi spazi — città, grattacieli, montagne — in cui una folla di persone guarda piccola e impotente, facendo sentire la sua presenza nel mondo, come potrebbe farlo una colonia di formiche. Come le formiche, queste persone non si interrogano sulla trasformazione che la loro invasione ha apportato all’ambiente naturale da un punto di vista architettonico, tecnologico, e personale.
Le fotografie di Gursky costituiscono una mappa del mondo postmoderno civilizzato in cui gli abitanti di un determinato luogo sono la prova provata che l’ambiente naturale non esiste più e al suo posto troviamo soltanto i punti di riferimento di un’economia globale e invasiva.
La visione di queste fotografie non è quasi mai confortante. Molte delle immagini di Andreas Gursky, anche se sono intensamente colorate e geometricamente ineccepibili lasciano sempre nello spettatore una sensazione di disagio a causa della democratica visione che ha il fotografo del mondo, mettendo sullo stesso piano una concessionaria di automobili e la maestosità delle catene alpine.
La dinamica vertiginosa della globalizzazione è il tema del lavoro di Andreas Gursky che vuole definire e trovare il luogo del sublime contemporaneo cercando di accostare l’immensamente grande all’infinitamente piccolo. Le sue fotografie sono una mera documentazione di questo processo enorme che pervade il mondo visto manipolando le immagini e modificando l’architettura degli ambienti costruiti e naturali attraverso la ripetizione, approfondendo i colori e il collasso del tempo che inconsciamente trasmette e aumenta nel fruitore il senso del sublime che lo schiaccia di fronte a questi eventi.
Nel registrare la grandezza fisica, Gursky, non dimentica mai di mettere a fuoco la piccolezza relativa e la specificità dell’uomo, nelle sue fotografie le figure umane sono sempre nitide in modo da poter identificare leggendole in modo approfondito le espressioni facciali, la gestualità, il modo di muoversi o di vestirsi. La tensione tra il macro e il micro è il principale fondamento delle sue fotografie che agisce come un monito per ricordare che anche nel livellamento uniforme imposto dalla globalizzazione la specificità dell’uomo emerge in superficie solo se si dilata il tempo e si osservano in profondità i dettagli.
Le persone rappresentate nelle fotografie di Gursky non sono coloro che manipolano e influenzano i sistemi globali, come possono essere i capi di governo, i magnati di grandi multinazionali e dei media o i banchieri che gestiscono l’economia mondiale. Gursky preferisce mostrare turisti, lavoratori, pedoni, ossia tutti quelli che hanno una relazione con la globalizzazione accidentale e non conflittuale. E’ una tipologia di persone che non sono intimidite o vittime ma come la maggior parte di noi non hanno la percezione o la comprensione del mondo globalizzato. Nelle fotografie di Gursky si riflette il nostro mondo ingigantito: la nostra ignoranza ingrandita.
In queste fotografie l’infinito artificiale segna un altro assunto basilare del suo pensiero. Un effetto prodotto dal succedersi ripetitivo di parti identiche fa si che non è possibile fissare un limite, in tal modo un oggetto continua all’infinito e la fantasia può seguire questa sequenza portando a sviluppi inaspettati. Ecco allora che in molte delle fotografie la ripetizione di determinate strutture fa sviluppare l’architettura fotografata in una dinamica propria e vertiginosa.
L’infinito artificiale si basa quindi sull’ impiego di elementi uniformi che si succedono e a questo proposito il colore assume un’importanza fondamentale nella ripetizione della composizione fotografica. In una delle immagini più famose di Gursky, 99 cent del 1999, lo spettro dei colori si restringe a una tavolozza di giallo arancio, blu, che si ripetono nella sequenza degli oggetti negli scaffali e in tutti i segni che formano l’insieme della fotografia.
L’altro elemento fondamentale nella costruzione dell’immagine è la geometria degli spazi uniformi. Nel fotografare un grattacielo o una città, le dimensione delle singole cellule abitative si ripetono come gli oggetti nelle vetrine o le pile dei libri. Andreas Gursky manipola l’immagine fotografica per rendere gli spazi più ampi, cercando di carpire l’essenza della casa come momento unico e irripetibile parte di una griglia identica e riprodotta nei moduli dell’architettura contemporanea.
La scissione semiotica tra interno e esterno è del tutto assente, gli edifici sono diafani, trasparenti, nei quali è possibile vedere all’interno, visualizzando sia la parte esteriore che interiore, e l’interno non offre quasi mai informazioni concrete.
L’approccio estetizzato ai luoghi di lavoro attraverso fotografie perfette e manipolate durante la stampa provocano una discrasia nei confronti della realtà. Luoghi di lavoro pervasi da un’aria di irrealtà in cui gli spazi sono saturi di un senso di essenzialità e di ordine che astrae l’immagine. Eppure, la manipolazione di queste immagini, come la sua distribuzione di infinito artificiale, è chiaramente al servizio di una realtà eterea. I
collegamenti che costituiscono le reti dei computer, gli scambi internazionali, le relazioni commerciali,sono meno visibili e localizzati delle fabbriche di ghisa coi loro altiforni.
Lo stesso Gursky afferma che la maggior parte dei luoghi che voleva fotografare aveva una aria socio-romantico che non aveva previsto. Era alla ricerca di una prova visiva di degli spazi antisettici nelle zone industriali. Ma fotografare queste aziende come erano realmente avrebbe prodotto la stessa sensazione che si poteva respirare durante la rivoluzione industriale. Dopo questa esperienza ha capito che la fotografia non è più credibile, e questo legittimava il trattamento digitale dell’immagine.
Le manipolazioni diventano così ugualmente importanti come il momento dello scatto, la fotografia cattura un luogo specifico in un particolare momento nel tempo e attraverso le modifiche perdono la loro natura documentaria e diventano un’immagine altra creata dall’artista. L’alterazione dell’immagine fotografica diventa così uno strumento post-moderno per rappresentare il mondo post-moderno.
Galleria di immagini di Andreas Gursky fotografo
https://goo.gl/photos/5S9CtBcQ5FczYATn7
Architetta e critica fotografica. Da sempre mi affascina il modo in cui gli spazi influenzano le persone e come la fotografia riesca a catturare queste emozioni. Su 2photo condivido riflessioni e analisi per aiutare i lettori a scoprire nuovi modi di guardare la fotografia contemporanea.