Nel 1988 Luigi Ghirri cura per la Triennale di Milano, Atlante metropolitano che diverrà poi un Quaderno di Lotus. Le 19 fotografie coprono un intervallo di tempo che va dal 1977 al 1989 e vengono utilizzate per illustrare, congiuntamente alle immagini di Giovanni Chiaramonte, Andrea Cavazzuti, Joel Meyerowitz, Klaus Kinold e Wim Wenders, le trasformazioni dell’architettura e delle metropoli.
Tutte le fotografie sono una esplorazione e una conquista dell’identità delle grandi città, attraverso la coscienza dell’occhio. Si tratta di immagini che cercano di abbracciare i luoghi urbani all’interno del villaggio globale. La scomposizione in singoli fotogrammi delle città attraverso l’obiettivo fotografico genera una serie di rimandi e impressioni che servono a formare la nostra idea di città. Le stesse fotografie di Ghirri sono piene di richiami ai grandi autori del passato come Atget e Degas.
Gli influssi sulla sua fotografia sono molteplici, e sembra emergere una particolare riflessione sull’opera di Borges. Lo sguardo attraverso gli specchi in cui i riflessi producendo piccole variazioni di luce determinano la perdita di un centro stabile ci proiettano in una zona fatta di apparenze e illusioni tanto cara all’autore di Finzioni, sembra essere la cifra, la struttura di tutte le immagini scattate da Ghirri, dove ogni fotografia rinvia sempre ad un’altra, creando “un sottile filo che lega autobiografia ed esterno”.
Necessario punto di riferimento per questo tipo di fotografia è senz’altro Lee Friedlander che ha approfondito con i suoi “frammenti dispersi” la ricerca sul tema del doppio e sull’ambiguità dell’immagine come traccia della memoria. Come Atget e Evans, ma per vie diverse, Friedlander ha interessato la riflessione di Ghirri, poiché “ha condotto la fotografia a una rilettura del visivo partendo da una estenuazione dei materiali del linguaggio”.
I fotografi americani sono stati un punto di riferimento costante per il fotografo emiliano, così come Ugo Mulas, il quale nelle Verifiche si era posto il quesito sul significato del medium fotografico e sull’aspetto linguistico degli strumenti di comunicazione, anche se Ghirri, come sostiene Quintavalle, sceglie di operare “sul racconto, lasciando in secondo piano la questione della lingua […] preferendo operare al livello della narrazione”.
Livello di narrazione che risulta importante anche per comprendere le scelte dell’attrezzatura tecnica di Ghirri, infatti, per quanto riguarda il formato delle fotografie, Ghirri usa il 6 x 7 perché è il punto di equilibrio tra le macchine di grande formato, dove lo sguardo è troppo iperrealistico e in cui si vede tutto e troppo, e il 24 x 36 in cui molto della scena reale viene forzatamente cancellata. Il medio formato riesce a descrivere e suggerire, a nascondere e rivelare, così come l’uso del colore è sempre stato rivolto a quella zona intermedia della gamma cromatica, evitando toni troppo accesi o la violenza dei contrasti.
Galleria di foto di Luigi Ghirri
Autrice del Post
Architetta e critica fotografica. Da sempre mi affascina il modo in cui gli spazi influenzano le persone e come la fotografia riesca a catturare queste emozioni. Su 2photo condivido riflessioni e analisi per aiutare i lettori a scoprire nuovi modi di guardare la fotografia contemporanea.